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SCIENZIATI O INGEGNERI? QUALI DISCIPLINE PER IL FUTURO DELL'SSD?

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Tags: SSDricercaASN
 
Cari amici,
 
durante l’ultima assemblea della nostra neonata Società Scientifica sono emersi numerosi spunti interessanti sul futuro del SSD ING-IND/14, sui quali vorrei condividere con voi qualche riflessione. Riporto le mie considerazioni in forma libera, in quattro punti che toccano quelle che mi sono sembrate questioni aperte di una certa rilevanza.
 
Forse molti di voi (spero non proprio tutti) troveranno le mie osservazioni banali o scontate, altri, forse, un po’ arcaiche. Correrò il rischio, dato che sento comunque l’esigenza di richiamare su di esse la vostra attenzione. Chi, dopo aver fattolo lo sforzo encomiabile di leggere quanto segue, vorrà rispondermi, anche per darmi torto, è, ovviamente, il benvenuto.

 
1 – Scienziati o ingegneri?
 
Il lavoro dei membri del nostro settore tende “naturalmente” a consistere in un mix di attività a carattere scientifico e speculativo e di attività più prettamente applicative (consulenze aziendali, progettazione vera e propria).
 
Dalle prime derivano le pubblicazioni di maggiore impatto, mentre le seconde tendono ad avere limitate ricadute, almeno dirette ed immediate, sulla nostra posizione nelle classifiche accademiche (es. ANVUR o ASN). È tuttavia necessario riconoscere che, senza le seconde, la nostra professionalità e, soprattutto, il nostro valore come docenti sarebbero notevolmente sminuiti (che insegnante sarebbe un medico che non avesse mai visto un malato, ma si fosse limitato a studiare sui libri?).
 
Cosciente, in modo più o meno consapevole, di queste opposte esigenze, ho trascorso la mia vita accademica cercando di mantenere un equilibrio (spesso non semplice) tra i due tipi di attività, magari cercando di indurre le aziende ad introdurre nelle convenzioni anche problematiche di respiro più ampio, oppure utilizzando le attività del secondo tipo per finanziare (e, magari, anche individuare) attività interessanti del primo tipo.
 
Molti problemi restano aperti su questo punto: come cercare e raggiungere un equilibrio ottimale tra il nostro essere scienziati ed il nostro essere ingegneri, come valorizzare armonicamente i due tipi di attività anche ai fini della carriera accademica, come proporre e far valere le nostre esigenze di una tale valutazione ai fini degli organi di controllo?
 
Non ho, naturalmente, una risposta chiara ed univoca. L’unica risposta vera, a mio parere, rimane quella, difficilmente formalizzabile, ma talvolta applicabile nella pratica, del ricorso alla dote più importante che dovrebbe avere l’ingegnere, vale a dire il buon senso.

 
2 – Quali discipline?
 
Si parla spesso di “aprire” il Settore a discipline nuove ed emergenti, che si affianchino a quelle classiche ed eventualmente le sostituiscano.
 
Riguardo a questo, credo sia opportuno riconoscere, in primo luogo, che il settore sarebbe naturalmente portato a riconoscere come proprie moltissime, al limite tutte, le discipline dell’ingegneria meccanica, dato che esse sono tutte essenziali, o almeno utili, alla progettazione. Tradizionalmente, il settore si è focalizzato principalmente su alcuni argomenti ormai “classici” per noi (Es.: fatica, meccanica della frattura), trascurandone altri non meno interessanti (instabilità, dinamica, meccatronica, azionamenti), operando così una scelta basata forse più su motivazioni contingenti, che su una base razionale.
 
Da un punto di vista complementare dobbiamo considerare anche che i contenuti culturali del nostro SSD non sono così ben definiti sulla base della sola denominazione, come accade per settori come l’Analisi Matematica o la Fisica. In altre parole, siamo legittimati ad occuparci di tutto, ma niente, o quasi, può in realtà dirsi di nostra chiara ed esclusiva competenza per diritto acquisito e incontestabile.
 
Sulla base delle considerazioni precedenti, la scelta delle tematiche dell’Ingegneria Meccanica delle quali occuparci dovrebbe essere attentamente considerata, in particolare per i giovani, per i quali ogni argomento con carattere di novità tende a risultare immediatamente attraente. In primo luogo, occorre distinguere tra discipline nelle quali siamo in grado di dare un contributo principalmente o esclusivamente applicativo, da quelle nelle quali il suddetto contributo, sia esso di natura teorica o sperimentale, può invece rivolgersi anche alle basi fondanti della tematica stessa. Da tematiche del primo tipo (con le dovute eccezioni, come ad esempio la progettazione di dispositivi altamente innovativi) è lecito attendersi ricadute soprattutto sul piano didattico, mentre saranno inevitabilmente le seconde a dare il contributo dominante al “rating” scientifico del singolo ricercatore e del settore.
 
In base a questo, sconsiglierei a chiunque, ma in particolare ai giovani ricercatori, di focalizzarsi solo su tematiche del primo tipo, dato che una tale scelta potrebbe influire negativamente sulle loro possibilità di carriera, ma consiglierei anche di non trascurarle del tutto, in quanto sono certamente utili per il mantenimento dei contatti con la realtà del mondo produttivo.
 
Purtroppo, sembra che molte (non dico tutte) delle tematiche recentemente affacciatesi sulla ribalta del SSD (Es: Affidabilità, Design for X, Sviluppo di prodotto, Robust Design, DOE, Progettazione sistematica, Ottimizzazione) tendano ad avere una natura, per noi, prevalentemente applicativa, con scarse possibilità di contributi inerenti lo sviluppo teorico e di base, che sembrano appartenere naturalmente ad altri SSD (matematici, statistici, filosofi). Questo potrebbe indicare una limitata capacità da parte del SSD di individuare (o, anche, di creare) nuovi campi di interesse aventi un respiro scientifico ampio, che sarebbe indubbiamente preoccupante ed alla quale dovremmo porre rimedio nel più breve tempo possibile.

 
3 – Rapporti con altri SSD: concorrenza o collaborazione?
 
Periodicamente affiora il problema dei rapporti con i SSD a noi culturalmente vicini, come il Disegno e la Meccanica Applicata.
 
Questi rapporti, sino a poco tempo fa, sono stati caratterizzati da diffidenza reciproca ed arroccamenti a difesa di presunte discipline di esclusiva competenza degli uni e degli altri. Con il Disegno, sono stati fatti dei passi avanti, dimostrati anche dalla confluenza in un unico Settore Concorsuale, anche se da qualche tempo il processo di integrazione sembra avere rallentato. Con la Meccanica Applicata, al contrario, passi avanti non se ne intravedono (a mio parere, una volta tanto la colpa non mi sembra nostra).
 
La mia personale opinione su questo argomento è nota: l’attuale suddivisione della Meccanica in diversi SSD inevitabilmente piccoli e in perenne concorrenza tra loro è una delle motivazioni del nostro scarso peso a livello nazionale e ministeriale, un peso assolutamente non proporzionato all’importanza che l’ingegneria meccanica riveste per un paese con una base industriale, tutto sommato, ancora forte.
 
Io ritengo che si debba andare verso una sempre maggiore integrazione dei tre principali SSD della meccanica fredda, integrazione che porterebbe i seguenti principali vantaggi:
 
·         Fine delle eterne discussioni sulla “proprietà” delle discipline e degli argomenti di ricerca
 
·         Maggiore flessibilità nella copertura degli insegnamenti, cosa che riveste una particolare importanza in un periodo, come questo, di vacche magre
 
·         Maggiore apertura verso ricerche multi-disciplinari, senza il rischio di un disconoscimento da parte del proprio SSD di appartenenza
 
·         Raggiungimento di una massa critica, strettamente indispensabile a livello di politiche locali e nazionali, ma anche per la conduzione di attività di ricerca di ampio respiro
 
Naturalmente sono cosciente che tutto questo richiederà tempi lunghi.
 
Tuttavia qualcosa potremmo fare da subito, in particolare, riprendere il cammino verso una sempre più stretta collaborazione delle nostre associazioni culturali (AIAS, ADM ed AIMETA) che porti, ad esempio ad una sistematica fusione dei nostri piccoli congressi di settore in un congresso nazionale della Meccanica (la maiuscola è intenzionale). In questo modo, se non altro, i nostri giovani imparerebbero a conoscersi, a collaborare, e crescerebbero senza le ostilità reciproche dei loro poco accorti e provinciali genitori accademici. Il resto, forse, verrà da sé.

 
4 – Quale ruolo per la Società Scientifica?
 
È lecito Attendersi che la neonata Società Scientifica giochi un ruolo di primo piano nell’affrontare le questioni di cui sopra (in particolare quella di cui al punto 2) ed altre ancora, che non sono state comprese in questa breve rassegna.
 
Mi preme sottolineare l’auspicio che questo ruolo sia propositivo e di indirizzamento, e non si limiti a fornire occasioni di discussione a livello nazionale per il SSD. In altre parole, mi auguro che la costituzione della Società Scientifica costituisca un modo per ottenere, sia in campo didattico che di ricerca, un maggiore coordinamento a livello nazionale, che sinora, a mio parere, è mancato.
 
 
Leonardo Bertini
 



2 commenti
Voto medio: 125.0/5
Caludio Braccesi
2017-04-07 16:21:52
Ho resistito a lungo alla appetibile sollecitazione di Leonardo Bertini. Ho visto che anche Gianni Nicoletto alla fine non ce l’ha fatta. Perché ho resistito? Perché so bene che, per l’ennesima volta, scrivo parole al vento, facendo la figura del solito frustrato a cui non va bene nulla. Eppure fino a qualche anno fa mi sono sempre sentito bene e sufficientemente entusiasta di lavorare nell’Università, forte di gratificanti riscontri sia da parte degli studenti che da parte del mondo esterno, delle aziende e dei colleghi. Nel 2012 è arrivato il punto di discontinuità, propiziato da un Ingegnere casualmente diventato Ministro dell’Università. Di suo pugno ha disegnato le regole della prima ASN prevedendo per i commissari e per i candidati una gabbia curriculare basata esclusivamente sulle pubblicazioni e su attività di natura squisitamente accademica. E’ stato politicamente deciso allora di provocare una frattura definitiva tra il mondo e l’Università. Per carità, molti già si erano avvantaggiati su questa strada, ma alcuni potevano legittimamente percorrerne un’altra. Da allora questo non è più consentito. Alcune voci di dissenso si sono sentite, sempre più deboli, fino ad arrivare ad oggi in cui reiterare dubbi suscita quasi fastidio in un mondo che ormai ha sposato più o meno inconsciamente i costumi ormai consolidati. Per questo ho resistito a lungo ad intervenire. Sono abituato a lavorare personalmente, come il primo giorno da tesista, alle cose di cui mi occupo. Le mie giornate scorrono davanti al computer coi laureandi (sempre più scarsi) a fare cose. Cose che ho imparato, cose che ancora non so fare e che mi piace imparare. Magari quando le ho imparate le posso anche trasmettere a qualcuno. Questo è il concetto di ‘innovatività’ a cui ho sempre obbedito. Per me è innovativo tutto quello che non so fare. Magari, ogni tanto, può capitare di fare qualcosa di particolarmente bello che ti viene voglia di pubblicarlo. Magari qualcuno, così facendo, può anche avere la fortuna di fare qualcosa di scientificamente significativo. Se non gli capita, almeno avrà delle cose da trasmettere. Da quel lontano 2012 si è visto chiaramente il cambiamento: le stanze ed i corridoi si sono svuotati, gli studenti sono stati lasciati sempre più a sé stessi, perché noi, specie i più giovani, ci siamo barricati da qualche parte a scrivere lavori, nel tentativo ossessivo di raggiungere numeri maggiori del collega della porta accanto. Tutto per l’ipocrita e falso scopo di coltivare la scienza. Gli Ingegneri devono essere scienziati, gli economisti devono essere scienziati, i fisici devono essere scienziati…Nessuno lo è, ma tutti scrivono, scrivono. Vanno in giro per convegni a coltivare rapporti che possano incrementare il numero di citazioni. La comunità dei colleghi non c’è più. Si andava tutti all’AIAS, all’ADM, all’AIMETA. Si incontravano i colleghi e si parlava spesso di lavoro. Ora ognuno per sé cerca solo di incrementare i numeri. Sono pessimista? Forse, ma non credo. Abbiamo fatto la Società Scientifica per poter parlare con l’ANVUR, ma non c’è stato nessun tentativo di parlare con l’ANVUR, perché, forse, non abbiamo nulla da dire. E non è una colpa nostra, perché tutti si stanno comportando così.
Bernardo Zuccarello
2017-04-05 10:39:46
Caro Leonardo, mi sembra molto interessante la preliminare osservazione circa l'importanza della attivita pratica dell'ingegnere: progettazione reale di sistemi che sono stati costruiti e fanno parte di quel mondo produttivo pe ril quale lì'ingegnere viene ordinariamente formato. Ho sempre diffidato di ingegneri che non hanno fatto altro nella propria vita che lezioni teoriche magari tirate fuori da testi curati da terzi. Eppure tale capacità di alcuni docenti universitari, nostri colleghi, che di fatto hanno mostrato di fatto oltre che buone capacità e competenze nella didattica e nella ricerca scientifica, anche buone e compiute competenze nella progettazione industriale (con risultati noti e concreti), sono spesso state utilizzate in ambiente accademico quale pretesto per dire che gli stessi limitano il tempo dedicato alla di ricerca, alla didattica e pure a quelle attività "amministrativa" che pure sovente vengono caricate ai docenti, e pertanto gli stessi non sono meritevoli, come i colleghi che hanno sempre fatto solo didattica e ricerca (magari solo mediocre), di rioconoscimenti e/o promozioni e quant'altro. Non so se questo discorso e arcaico o meno, ma è ragionevolmente sostenuto da grandi file di docenti che si sono specializzati nella ricerca e nella didattica senza avere fatto mai vermante l'ingegnere, proprio come dici tu, come il medico docente che non ha mai visto e curato un malato! Un caro saluto.

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